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SONG OF HORROR: RECENSIONE

Song of horror
Tempo di lettura: 5 minuti

Grazie alla chiave fornitaci da Dead Good Media abbiamo potuto provare i primi 2 capitoli di Song of Horror: The Husher Mansion e Eerily quiet (i capitoli restanti usciranno nei prossimi mesi, fino a Marzo 2020).

Cliché, dopo cliché, dopo cliché

Song of Horror, creato da Protocol Games, è un survival horror che si rifà a titoli come Amnesia o Layers of Fear, ma con meno esito. La storia alla base è la solita: una persona famosa scompare, in questo caso uno scrittore, un’oggetto maledetto che scatena una forza oscura, la famiglia in pericolo e il protagonista inviato per investigare la scomparsa dell’artista famoso. Niente di più, niente di meno. In poche parole: la solita minestra riscaldata.

In Song of Horror vestiremo i panni di Daniel Noyer, assistente di un gran editore, inviato a vedere cosa sia successo alla loro “gallina dalle uova d’oro”, che da qualche giorno ha smesso di farsi sentire. Ovviamente Noyer è un ex alcolista, divorziato, vive nel suo ufficio eccetera eccetera. L’unica differenza con gli horror precedenti è che il protagonista non è il solito detective privato. Capirai.

Anche l’ambientazione del primo capitolo segue tutti i cliché del genere: la grande casa apparentemente vuota, rumori sinistri e presenze paranormali, il capo famiglia impazzito e il resto della famiglia sparita senza lasciar traccia. Noia. Va un pochino meglio nel secondo episodio dove l’azione si sposta nel negozio di un antiquario amico dello scomparso scrittore e mittente del regalo che ha dato il via a tutto: un carillon dalla melodia maledetta.

Horror o non horror, questo è il problema

Song of Horror, come dice il nome stesso, dovrebbe essere un titolo 100% horror capace di farci venire i brividi lungo la schiena. Rock, Paper, Shotgun lo definisce addirittura: “il migliore horror degli ultimi 12 mesi”. Mah! Il gioco è abbastanza lento, con i soliti enigmi da risolvere per procedere nella trama: prendi il pezzo A, combinalo con la parte B e attiva il marchingegno C.

Vanno poi aggiunti otto milioni di oggetti con cui interagire e che, nel 90% dei casi, non apportano nulla alla trama ma servono solo ad “allungare il brodo” per dare la sensazione che il gioco “duri tanto”. L’effetto horror è affidato ai soliti jump scare che ormai tutti si aspettano: porte che sbattono, televisori che si accendono, foto che cambiano di soggetto e compagnia cantando. Niente di che, niente per cui impazzire o avere l’adrenalina a mille.

7 piccoli indiani

Il gameplay è dove Song of Horror brilla, o meglio, avrebbe potuto brillare. Le meccaniche introdotte infatti, sebbene interessanti, non vengono utilizzate a pieno. Un vero peccato. Prima di tutto c’è la possibilità di intraprendere l’indagine non solo nei panni di Daniel Noyer ma anche di altri personaggi (4 nel primo episodio e 2 nel secondo). Ognuno di essi ha caratteristiche proprie che gli daranno vantaggi e svantaggi durante il gioco. Tutti portano con sé un oggetto che li aiuterà a combattere il panico e una fonte di luce personale su cui fare affidamento.

Ma l’aspetto più intrigante è dovuto al fatto che il gioco prevede il permadeath. Questo vuol dire che se uno dei personaggi soccomberà alle forze maligne sarà perso per sempre e dovremo ricominciare l’avventura con uno dei personaggi rimanenti. Questo sistema sostituisce basicamente l’opzione salva/carica: in caso di decesso non dovremo infatti ripetere tutta l’avventura, ma basterà raggiungere il punto in cui il precedente personaggio è deceduto per recuperare tutto ciò che avevamo nell’inventario e continuare con il gioco.

Sebbene l’idea di base non sia affatto male, non è pero sfruttata a massimo. A parte per il protagonista infatti, non c’è immedesimazione con i restanti personaggi. La loro storia e il loro coinvolgimento negli avvenimenti viene ridotta a due righe “in croce” da leggere prima di iniziare il gioco. Quattro personaggi su cinque hanno poi lo stesso tipo di fonte di illuminazione: torcia, candela o zippo, tutti a carica infinita. Ci saremmo aspettati un po’ più di fantasia. Ma la cosa peggiore è che i differenti personaggi non danno accesso a stili differenti di gameplay, ma saranno solo più o meno resistenti ai pericoli che li circondano.

Song of Horror: la Presenza ci perseguita

La realizzazione della “Presenza”, la forza del male che infesta la casa e il negozio d’antiquariato, è il secondo punto di forza del gioco. Ci sono tante idee interessanti che, utilizzate meglio, avrebbero dato tutt’altro aspetto al gioco. La Presenza viene rappresentata come questa forza che ci stalkera durante le nostre indagini e che tenterà in tutti i modi di farci passare a miglior vita.

A volte si farà notare solo con rumori ed ombre, a volte ci attaccherà a testa bassa in forma di demone o simili. Ecco che allora ci ritroveremo a dover bloccare una porta, spingendo compulsivamente una serie di tasti per evitare che la Presenza entri e ci faccia a pezzi.

In altri casi dovremo nasconderci da essa cercando di non cedere al panico cliccando la barra spaziatrice seguendo il ritmo cardiaco, o dovremo trattenere il respiro perché il demone di turno non ci senta. Si tratta di trovate non nuove, ma che rappresentano comunque la parte più interessante del gioco. Tuttavia, almeno dal nostro punto di vista, queste meccaniche avrebbero potuto essere implementate in maniera migliore, dato il loro enorme potenziale nel creare un senso di ansia e pericolo costante.

Oscuri presagi

In definitiva, Song of Horror, lungi dall’essere il “miglior horror degli ultimi 12 mesi”, fa i compiti a casa ma non si sforza più di tanto. Mette la spunta su due-tre elementi che devono essere presenti per poter essere definito “horror” ma non nulla più. Manca quello scatto che lo avrebbe potuto davvero far essere qualcosa di diverso o, comunque, di veramente unico. Lo si potrebbe considerare un horror per neofiti, ma c’è il rischio che poi si perda l’interesse per il genere. È un’avventuretta diluita che dura una manciata di ore e non spaventa o intriga. Vedremo come si comporteranno i capitoli successivi ma, almeno da parte nostra, non c’è grande attesa. Next.

Song of Horror - L'ennesimo horror non horror

Song of Horror, creato da Protocol Games, è un survival horror che si rifà a titoli come Amnesia o Layers of Fear, ma con meno esito. Song of Horror fa i compiti a casa ma non si sforza più di tanto. Non aggiunge ne toglie nulla al genere horror. Lo si potrebbe considerare un horror per neofiti, ma c’è il rischio che poi si perda l’interesse per il genere. È un’avventuretta diluita che dura una manciata di ore e non spaventa o intriga. Almeno nei primi due capitoli.

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Song of Horror:
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SONG OF HORROR: RECENSIONE ultima modifica: 2019-11-10T13:00:21+01:00 da Arka

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