L’ultima recensione di Resident Evil Requiem

Resident Evil Requiem

È giunto il momento di tirare finalmente le somme su Resident Evil Requiem. Diciamocelo chiaramente: quest’opera è, prima di tutto, una vera dichiarazione d’amore di Capcom ai suoi fan. Si rivolge specialmente a chi, come me, trent’anni fa stringeva il primo controller grigio mentre il cigolio di una porta sullo schermo toglieva il sonno per settimane. È un progetto ambizioso che racchiude tre decenni di icone, brividi e colpi di scena in un unico, grande omaggio.

Un ritorno alle origini o un addio?

L’obiettivo di questo nono capitolo non risiede esclusivamente nel confezionare un prodotto ludico di qualità, quanto nel mettere in scena la quintessenza dell’esperienza di Resident Evil. Non occorre certo doti divinatorie per intuire quanto ambiziosa e complessa sia tale missione. Il target attuale, infatti, appare quanto mai eterogeneo: da un lato vi è chi predilige la deriva d’azione, dall’altro chi ricerca atmosfere horror dai ritmi dilatati, opprimenti e caratterizzati da una tensione costante. In un equilibrio così precario, il rischio di compiere un passo falso è altissimo, anche perché la storia del franchise insegna che il tentativo di accontentare l’intera platea si traduce spesso in un’opera priva di identità (basti pensare a Resident Evil 6).

Sin dalle battute iniziali, la visione creativa di Capcom emerge con estrema chiarezza. L’impatto visivo degli scenari è notevole e il primo contatto con l’infezione che flagella questo capitolo risulta memorabile. Storicamente, l’esordio del primo “zombie” in Resident Evil funge da manifesto programmatico per l’intera avventura; in questo caso, l’incipit è avvincente e pervaso da un profondo pathos. Tutto sembra finalmente pronto per l’inizio di un nuovo, spettacolare viaggio nel terrore.

Dualismo e Ritmo

Il contrasto tra l’esperienza nei panni di Grace e quella vissuta con Leon rappresenta il cuore pulsante di Resident Evil Requiem, definendone l’identità duale. Con Grace, il tempo sembra dilatarsi, tornando alla scansione ritmica dei primi capitoli dove il silenzio è un nemico temibile quanto le creature nelle ombre.

Il percorso con lei è metodico e cerebrale; ogni stanza viene affrontata con una circospezione che rasenta la paranoia. Non si tratta solo di sopravvivere, ma di mappare mentalmente labirinti di incastri e gestire uno spazio nell’inventario sempre troppo esiguo. La tensione non scaturisce dall’azione, ma dall’anticipazione del pericolo e dalla consapevolezza che uno spreco di risorse potrebbe rendere insuperabile un ostacolo futuro. La sua è una danza lenta fatta di backtracking ragionato ed enigmi che richiedono un’osservazione quasi feticistica dell’ambiente.

Al contrario, il ritmo di Leon agisce come una scarica di adrenalina che rompe la stasi senza mai tradire la natura survival. Se con Grace ci si sente una preda, con Leon avviene una transizione verso una resistenza fisica e diretta. Le sue sezioni vantano una densità di eventi maggiore e una gestione degli spazi che non permette esitazioni. Il tempo è scandito da passi pesanti e decisioni tattiche immediate, poiché le minacce si palesano con una frequenza che non lascia spazio alla contemplazione.

Questa alternanza non è solo una scelta di design, ma un omaggio alla capacità della saga di mutare pelle: dal brivido sottile di una porta che cigola all’urgenza di una fuga disperata. Mentre Grace rappresenta l’anima investigativa che ci ricorda la Villa Spencer, Leon incarna l’eroismo sporco di chi si fa strada tra le rovine di un mondo che scompare. Un equilibrio perfetto che impedisce alla noia di prendere il sopravvento.

Meccaniche e narrazione

Immaginate di avere tra le mani due giochi diversi in un unico pacchetto: ecco come si sente Resident Evil Requiem quando si passa da un protagonista all’altro.

Da una parte abbiamo il caro vecchio Leon S. Kennedy, che ormai affronta l’apocalisse con la stessa scioltezza con cui noi andiamo a fare la spesa. Giocare con lui è un’esperienza muscolare, quasi un balletto di proiettili e calci rotanti. Se vedete un gruppo di nemici, la domanda non è “come li evito?”, ma “quale arma scaricare per prima?”. Il suo gameplay è gratificante, solido e basato su quella gestione delle risorse senza patemi o necessità di parsimonia alcuna, mentre decidi se vale la pena usare il coltello per un parry acrobatico o se è meglio polverizzare tutte le minacce a colpi di requiem.

Dall’altra parte arriva Grace, e qui il ritmo cambia completamente, diventando quasi una partita a scacchi. Dimenticate il vigore di Leon: con lei la parola d’ordine è “discrezione”. Se Leon è il martello, Grace è il bisturi. Il suo approccio è molto più ragionato e, ammettiamolo, mette molta più ansia. Vi ritroverete a strisciare sotto i tavoli, hackerare terminali e usare i suoi gadget tecnologici per capire cosa vi aspetta dietro l’angolo prima ancora di girarlo. Esplorare con lei significa osservare ogni dettaglio ambientale, cercando quel passaggio stretto o quella botola che vi permetta di superare una stanza senza sprecare nemmeno un proiettile.

È questo contrasto a rendere l’esplorazione così fresca: dove Leon abbatte una porta, Grace trova il codice per aprirla o un condotto per aggirarla. È un continuo cambio di marcia che impedisce alla noia di farsi viva, alternando momenti di pura adrenalina balistica a sessioni di tensione investigativa dove ogni rumore sospetto vi farà saltare sulla sedia.

Se dal lato del gameplay sembra di giocare a due titoli diversi, dal punto di vista della storia Resident Evil Requiem è un vero e proprio puzzle narrativo che si diverte a lasciarvi le briciole di pane lungo il percorso. Tanta storia viene raccontata non solo da protagonisti e documenti, ma anche dal contesto e dalle minacce che ci si pareranno davanti sottoforma di infetti da abbattere o luoghi da raggiungere

Da una parte c’è Leon, che come al solito si ritrova nel bel mezzo del caos con quel mix di stoicismo e battute secche a cui ci ha abituati. La sua storia è un thriller d’azione vecchia scuola: complotti governativi, inseguimenti e quel senso di urgenza che vi spinge a correre verso il prossimo obiettivo. È il filo conduttore che tiene in piedi l’impalcatura della trama principale, quella che cerca di dare risposte concrete al disastro in corso.

Dall’altra parte, la storia di Grace è decisamente più intima e, se vogliamo, un po’ più inquietante. Mentre Leon si occupa dei “pezzi grossi”, Grace scava nel passato. La sua narrazione è fatta di documenti ritrovati in uffici abbandonati, registrazioni audio disturbate e segreti personali che si intrecciano con l’orrore generale. È una prospettiva molto più umana e vulnerabile, che dà profondità a tutto quello che vedete sullo schermo e vi fa capire che, dietro ai mostri, ci sono sempre storie di persone vere.

Il colpo di genio, però, sta nel modo in cui le due storie si sfiorano senza mai sovrapporsi troppo. Magari con Leon sfonderete una porta blindata lasciandola aperta e, ore dopo, nei panni di Grace, passerete proprio da lì ringraziando silenziosamente chiunque abbia fatto il lavoro sporco. Sono questi piccoli momenti di “contatto invisibile” a rendere l’intreccio così soddisfacente: ogni scoperta fatta con un personaggio getta una luce sinistra sulle azioni dell’altro, trasformando la progressione in una continua caccia al dettaglio.

La perla del titolo!

Questo nono capitolo, però, non torna semplicemente alle origini: si riprende il trono, rimettendo al centro il survival horror puro. La fase con Grace recupera le atmosfere opprimenti del 1996, mentre con Leon Kennedy il ritmo accelera e ci si sente meno prede. Questa alternanza è un richiamo modernizzato alle doppie campagne del passato, unite in un’unica progressione che mantiene l’esperienza fresca fino ai titoli di coda.

Il vero colpo di genio però, risiede nel design dei mostri, che non sono più semplice carne da tritare ma vere e proprie “storie ambulanti”. Incontrare un maggiordomo infetto che accende ossessivamente le luci o una governante intenta a “pulire” senza sosta è un tocco di classe macabro. Sfruttare le loro routine per risparmiare risorse eleva il gameplay a vette strategiche inedite per il brand.

Picture of Giganico

Giganico

Videogiocatore da sempre e appassionato della forma d’arte che sta dietro al videogioco. Padre di una splendida bimba e di safarigames.it. Ho cominciato con un Megadrive nel 1990. Il resto e storia di una vita di passione costante e indelebile per il videogioco di ogni categoria e tipo.
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Giganico

Videogiocatore da sempre e appassionato della forma d’arte che sta dietro al videogioco. Padre di una splendida bimba e di safarigames.it. Ho cominciato con un Megadrive nel 1990. Il resto e storia di una vita di passione costante e indelebile per il videogioco di ogni categoria e tipo.

Voto

8.5

Commento

Requiem è il regalo che aspettavamo: un ritorno magistrale che si siede di diritto sul podio dei migliori capitoli di sempre. Grazie Capcom, è stato come tornare a casa, anche se la casa è piena di mostri. In definitiva, è un titolo che sussurra al veterano e tende la mano ai nuovi arrivati, celebrando il genere con una maturità invidiabile. È un viaggio nella memoria che, nonostante gli anni, ci spinge ancora a controllare due volte se abbiamo chiuso bene la porta.

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